Glaucoma: nuovi misuratori di pressione oculare da usare in casa

Innovativi sensori microfluidici renderanno più agevole il controllo continuo della pressione intraoculare, fondamentale per i pazienti affetti da glaucoma. A fare le misure sarà lo stesso malato, grazie a questi dispositivi semplici e privi di batterie e con l’ausilio di uno smartphone.

Eye sensor

Un gruppo di ricercatori di Stanford (California) ha sviluppato un nuovo sensore, piccolo ed economico, che potrà semplificare notevolmente il controllo di pazienti sottoposti a terapia per la cura del glaucoma. In particolare, esso permetterà di monitorare i cambi della pressione intraoculare lungo l’intera giornata. Sebbene sia necessario impiantare il dispositivo nell’occhio, in seguito il paziente sarà in grado di effettuare per proprio conto le misurazioni, senza dover stare in una struttura ospedaliera.

Il glaucoma è una malattia oculare molto grave che affligge oltre 65 milioni di persone al mondo e rappresenta la seconda causa di cecità, dopo la cataratta. E’ noto che un importante fattore di rischio è un’elevata pressione intraoculare, pertanto è importante farsela misurare regolarmente dall’oculista: se tale sintomo viene rilevato, occorre intervenire tempestivamente per ridurla, spesso ricorrendo alla chirurgia.

Pressione intraoculare sotto controllo

Il monitoraggio della pressione interna degli occhi è importante non solo per la diagnosi, bensì anche per la verifica degli effetti della terapia anti-glaucoma e/o nel periodo successivo all’operazione. A rendere piuttosto complicato tale compito è il fatto che, secondo quanto si è scoperto attraverso vari studi, la pressione intraoculare varia lungo l’arco della giornata e a seconda della posizione (essa è maggiore quando si sta supini). Inoltre, tali variazioni appaiono più ampie nei soggetti affetti da glaucoma. Ciò che ne consegue è che la misurazione puntuale effettuata dall’oculista non è sufficiente per tenere sotto controllo i pazienti a cui sia stata diagnosticata la malattia.

Sistema microfluidico per la misura della pressione intraoculare, incorporato in una lente oculare, di quelle normalmente impiantate nelle operazioni di cataratta. [Immagine: Nature Medicine; Nature America, Inc.]

Il dispositivo realizzato dai fisici e bioingegneri di Stanford (California) è costituito da un sensore di pressione che si può montare in una lente intraoculare, del tipo di quelle che vengono impiantate chirurgicamente a pazienti affetti da cataratta.
Il sensore si basa su semplici principi di fisica dei fluidi. Esso è composto da un canale microfluidico messo in comunicazione diretta con il liquido acquoso presente nell’occhio e connesso, dall’altro lato, a una piccola riserva di una sostanza gassosa. La pressione intraoculare fa sì che il liquido entri nel microcanale e comprima il gas, fino al raggiungimento di una condizione di equilibrio. Se la pressione aumenta, l’interfaccia tra il liquido e il gas si sposta in direzione della riserva di quest’ultimo; viceversa, se ne allontana se la pressione diminuisce.

Basta uno smartphone

Ciò che rende tale dispositivo estremamente pratico è il fatto che la misura effettuata possa essere letta semplicemente con uno smartphone dotato di fotocamera. Occorre solo adoperare un adattatore ottico, che consenta di posizionare correttamente la fotocamera di fronte alla pupilla e mettere in ombra l’occhio, e di un programma specifico in grado di analizzare l’immagine così acquisita e estrarne il valore della pressione intraoculare. L’uso di un dispositivo elettronico intelligente, come appunto lo smartphone, facilita anche l’immagazzinamento ordinato dei dati e la ricostruzione delle variazioni giornaliere della pressione.

I test condotti sui prototipi di tali sensori ne hanno messo in evidenza la elevata precisione e sensibilità, caratteristiche che li rendono particolarmente affidabili.

Smartphone with optical adaptor

La misura di pressione potrà essere letta con la fotocamera di uno smartphone dotato di un apposito adattatore ottico e di un’applicazione per analizzare l’immagine. (L’adattatore nella foto è solo un esempio indicativo).

E non sono gli unici: altri misuratori “portatili”

Non si tratta in realtà dei primi misuratori di pressione intraoculare “portatili” che siano stati inventati. Un gruppo di ricercatori dell’Università del Michigan ha sviluppato un sensore capacitivo basato sulla tecnologia MEMS (sistemi micro-elettro-meccanici), il quale misura la pressione dell’occhio a intervalli fissi e li registra su una piccola memoria RAM. I dati sono poi inviati ad un dispositivo di lettura tramite una microantenna.

Anche la compagnia svizzera Sensimed, specializzata in apparecchiature elettromedicali, ha messo a punto un misuratore incorporato in una lente, basato su un anello di platino che si tende (o comprime) e cambia resistenza a seconda della pressione. Anche in questo caso i dati sono trasmessi a un sistema di lettura tramite antenna.

Sensimed's eye sensor

Lente con misuratore di pressione sviluppato dalla compagnia svizzera Sensimed. [Immagine: Sensimed]

Tali soluzioni risultano però poco comode perché entrambi i dispositivi sono piuttosto ingombranti e, soprattutto, hanno delle batterie che devono essere ricaricate periodicamente. Il grandissimo vantaggio del sensore microfluidico sviluppato a Stanford è che esso, invece, non ha alcuna antenna e non ha bisogno di essere caricato. I dati relativi alle misure di pressione, infatti, non vengono inviati, bensì la lettura avviene direttamente tramite un comune smartphone dotato di apposita applicazione. Dall’altro lato, però, tale sensore non registra automaticamente la pressione, bensì è il paziente o un suo parente a dover occuparsi di fotografare regolarmente l’occhio interessato. Inoltre, il gas potrebbe lentamente fuoriuscire, rendendo la lettura imprecisa. I ricercatori stimano però che il dispositivo possa funzionare correttamente per almeno dieci anni.

Nuove fibre ottiche per le telecomunicazioni e la chirurgia

Sviluppata una nuova fibra ottica, dalla struttura altamente disordinata, che sarà in grado di trasmettere più informazione. La maggiore concentrazione del fascio luminoso da essa trasportato consentirà anche la realizzazione di bisturi laser molto più precisi.

Le fibre ottiche sono largamente impiegate nelle telecomunicazioni, nella medicina e nell'illuminotecnica.

Le fibre ottiche sono largamente impiegate nelle telecomunicazioni, nella medicina e nell’illuminotecnica.

Un gruppo di ricercatori italiani (CNR e IIT) e del Wisconsin ha sviluppato un nuovo tipo di fibra ottica che permetterà trasmissioni più veloci e operazioni chirurgiche più precise.

Essa si basa sull’applicazione del fenomeno di localizzazione delle onde di Anderson, noto ormai da mezzo secolo, combinata con l’impiego di moderni metodi di focalizzazione della luce.

Intrappolare le onde

Nel propagarsi in un mezzo, normalmente le onde diffondono in tutte le direzioni. Se si aumenta il disordine del mezzo, ossia i difetti della sua struttura, la diffusione viene ostacolata. Secondo l’interpretazione del fenomeno data da Anderson, esiste una quantità critica di tali difetti oltre la quale si arriva alla completa assenza di trasmissione.

Utilizzando un mezzo adeguatamente disordinato, dunque, si può inibire la diffusione delle onde in tutte le direzioni e localizzarne spazialmente il cammino. Questo è stato dimostrato per vari tipi di onde: elettromagnetiche, meccaniche, sonore.

Nel nostro caso, l’onda in questione è la luce (che è al tempo stesso onda elettromagnetica e flusso di particelle, i fotoni) e il mezzo è la fibra ottica. Per far sì che un fascio di luce si propaghi in una direzione precisa, occorre utilizzare una fibra ottica avente una struttura tale che la trasmissione sia inibita lateralmente ma non longitudinalmente.

Una struttura disordinata

Questo effetto è stato ottenuto dai ricercatori impiegando una fibra costruita con micro-tubi di materiali plastici (polistirene e polietil-metacrilato) disposti in maniera disordinata. Il fascio ottico che porta l’informazione viene focalizzato tramite un sistema di modulazione spaziale di luce e inviato lungo la fibra ottica, che rappresenta la linea di trasmissione.

Gli esperimenti condotti hanno dimostrato che il fascio resta molto concentrato, confinato in un cammino molto stretto. Ciò consente di realizzare fibre con più cammini ottici in parallelo, così da permettere la trasmissione in contemporanea di più informazione.

La struttura disordinata della nuova fibra ottica permette di confinare spazialmente il fascio di luce lungo un cammino molto stretto.

Immagine al microscopio elettronico di una fibra ottica a struttura disordinata.Tale struttura permette di confinare spazialmente il fascio di luce lungo un cammino molto stretto. La banda bianca in basso a destra corrisponde a 4 micrometri di lunghezza. [Immagine: Nature]

Le applicazioni

Le possibili applicazioni di queste nuove fibre però non si limitano solo alle telecomunicazioni, bensì anche alla medicina, in particolare alla chirurgia laser.

In chirurgia, si può utilizzare una fibra ottica per trasportare un fascio laser e realizzare tagli molto precisi, uniti a un effetto coagulante – spiega Claudio Conti, direttore dell’Istituto dei sistemi complessi del CNR – Il taglio è tanto più preciso, quanto più la luce è focalizzata, e le nuove fibre potrebbero migliorare la precisione di questo bisturi laser.”

Gli istituti di ricerca italiani coinvolti in questa ricerca sono numerosi: l’Istituto dei sistemi complessi (ISC) e l’Istituto per i processi fisico chimici (IPCF) del Consiglio Nazionale delle Ricerche; l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT); il Dipartimento di Fisica della Sapienza. Il lavoro, che è stato realizzato in collaborazione con alcuni ricercatori dell’Università del Wisconsin, è stato recentemente pubblicato sulla rivista Nature Communications’.


Cos’è la fibra ottica?

Le fibre ottiche sono dei tubicini di materiale plastico o vetroso all’interno dei quali si può far propagare la luce in maniera guidata. I cavi realizzati con fibre ottiche sono molto flessibili e resistenti a disturbi elettrici, intemperie, variazioni di temperatura. Pertanto possono essere impiegati per trasmettere segnali a larga distanza, incorrendo in scarsa degradazione del segnale.

Struttura di un cavo di fibra ottica: nucleo (core); mantello (cladding); rivestimento (coating).

Struttura di un cavo di fibra ottica: nucleo (core); mantello (cladding); rivestimento (coating).

Ogni singola fibra ottica è composta da due strati concentrici di materiale trasparente molto puro: un nucleo cilindrico centrale, detto core, ed un mantello esterno, chiamato cladding. Il tutto è poi ricoperto da una guaina isolante polimerica che protegge la fibra da stress fisici.

Il segnale ottico si trasmette lungo la fibra rimbalzando tra il nucleo e il mantello. Più precisamente, la luce entra nel core ad un certo angolo e si propaga mediante una serie di riflessioni alla superficie di separazione fra il nucleo e il mantello.

Nuovi schermi per leggere senza occhiali

Schermi per cellulari, tablet e computer in grado di compensare i difetti di vista dell’utente consentiranno di fare a meno degli occhiali da lettura.

Immagine sfocata che simula ciò che vedrebbe un utente con difetti di vista: 1. su uno schermo privo di correzioni; 2. su uno schermo a campo di luce (non descritto in questo articolo); 3. sul nuovo schermo a correzione presentato dai ricercatori del MIT; 4. in una simulazione di correzione ideale. [Immagine: Fu-Chung Huang/MIT]

Immagine sfocata che simula ciò che vedrebbe un utente con difetti di vista: 1. su uno schermo privo di correzioni; 2. su uno schermo a campo di luce (non descritto in questo articolo); 3. sul nuovo schermo a correzione presentato dai ricercatori del MIT; 4. in una simulazione di correzione ideale. [Immagine: Fu-Chung Huang/MIT]

Non sarebbe comodo se a mettersi gli occhiali, anziché noi, fosse il nostro telefono?

Un gruppo di ricercatori del MIT (Massachusetts Institute of Technology) e dell’Università di Berkeley in California hanno sviluppato uno schermo per dispositivi elettronici che si adatta ai difetti di vista di chi lo usa. Perché ciò sia possibile, ovviamente, oltre allo schermo adatto occorre anche un software adeguato.

I difetti di vista sono dati da una discrepanza tra la distanza focale dell’occhio, ossia l’intervallo spaziale in cui esso è in grado di mettere a fuoco, e la distanza effettiva dell’oggetto. Il nuovo schermo, di fatto, simula un’immagine alla corretta distanza focale, che verrebbe percepita come sfocata da un occhio sano.

Come funziona

Il meccanismo sfruttato è simile a quello che permette la visione di film in 3D: sullo schermo vengono proiettate due immagini leggermente differenti e sfasate per ciascuno dei due occhi; l’uso di occhiali speciali fa sì che ciascun occhio veda solo l’immagine a lui destinata. Questo crea l’illusione delle tre dimensioni.

Sono già stati sviluppati, proprio da ricercatori al MIT, degli schermi che consentono la visione tridimensionale senza uso di occhiali.

La correzione dei difetti di vista si effettua in maniera simile: in tal caso occorre produrre immagini distinte e non allineate per le diverse parti della pupilla.

La difficoltà data da questa tecnica è legata al fatto che rappresentare più immagini diverse sullo stesso schermo significa impiegare più pixel (unità fondamentali in cui si divide la superficie di un display) per un solo punto dell’immagine finale. In pratica, l’immagine che deve essere percepita dalla parte destra della pupilla viene spostata un po’ verso sinistra, viceversa quella per la parte sinistra della pupilla sarà leggermente spostata verso destra. Un numero maggiore di immagini sfasate consente di adattare ancora di più lo schermo alla vista.

Il fatto di dover impiegare un gruppo di pixel fisici per riprodurre un solo punto dell’immagine reale fa sì che la risoluzione dello schermo diminuisca notevolmente.

I ricercatori del MIT hanno risolto questo problema in maniera analoga a quanto fatto dai colleghi che hanno sviluppato la tecnologia 3D. In pratica, si sono resi conto che c’è una notevole ridondanza tra le varie immagini richieste per simulare i differenti angoli di visione e che, pertanto, ogni singolo pixel fisico può partecipare contemporaneamente alla formazione delle immagini per vari angoli visuali. In questo modo la perdita in risoluzione è molto più modesta.

Le immagini da riprodurre sullo schermo sono gestite e calcolate a seconda del difetto di vista dell’utente tramite un programma dedicato.

Prototipo del nuovo schermo. Una maschera che contiene una matrice di fori (sinistra) è montata di fronte allo schermo touch di un iPod Apple (in basso a destra). Lo schermo emette luce con una risoluzione angolare sufficientemente alta affinché almeno due delle immagini sovrapposte raggiungano la pupilla dell’osservatore umano. Questo effetto è illustrato in alto a destra: numeri differenti sono visibili da diverse direzioni. [Immagine: Fu-Chung Huang/MIT]

Prototipo del nuovo schermo. Una maschera che contiene una matrice di fori (sinistra) è montata di fronte allo schermo touch di un iPod Apple (in basso a destra). Lo schermo emette luce con una risoluzione angolare sufficientemente alta affinché almeno due delle immagini sovrapposte raggiungano la pupilla dell’osservatore umano. Questo effetto è illustrato in alto a destra: numeri differenti sono visibili da diverse direzioni. [Immagine: Fu-Chung Huang/MIT]

Prototipo e future versioni

Nel prototipo realizzato dai ricercatori lo schermo è ricoperto da una sottile maschera che presenta una finissima matrice di fori. Grazie ad essa ogni parte dell’occhio vede i pixel dell’immagine che le è destinata, mentre gli altri le sono invisibili.

Nella futura versione commerciale molto probabilmente questa maschera sarà eliminata e sostituita dalla tecnologia usata per i 3D, ossia la sovrapposizione di sottili schermi a cristalli liquidi. Inoltre potrà essere incluso un programma in grado di misurare i difetti di vista dell’utente e impostare di conseguenza le correzioni da apportare allo schermo.

Questa tecnologia potrà essere applicata a telefoni cellulari, palmari, tablet e computer, nonché a dispositivi GPS da usare in auto, in modo che il guidatore possa limitarsi ad usare lenti per vedere a distanza (se necessario), senza preoccuparsi dei problemi di vista da vicino.

I ricercatori del MIT hanno diffuso un video per presentare il nuovo schermo.

Laboratorio per analisi cliniche prêt-à-porter su fibra ottica

Dopo il progetto “lab on a chip”, volto alla realizzazione di un laboratorio di analisi cliniche compatto e portatile, è ora in via di sviluppo “lab on a fiber”, che si propone di essere ancora più piccolo, economico, resistente e – soprattutto – impiegabile come sonda direttamente all’interno del corpo umano.

[Illustrazione: James Archer/anatomyblue, tramite IEEE]

[Illustrazione: James Archer/anatomyblue, tramite IEEE]

E’ incontestabile che l’esame clinico ideale (e sognato) sarebbe rapido, preciso, non invasivo ed economico. Svolgere analisi cliniche in maniera accurata e celere è la chiave per ottenere una diagnosi rapida della malattia che affligge il paziente e, di conseguenza, intervenire tempestivamente con le cure del caso. Rendere gli esami meno invasivi, poi, consentirebbe di effettuarli in maniera regolare e senza traumi o sgradevoli conseguenze per coloro che vi si sottopongono. Infine, se l’attrezzatura e i materiali necessari sono poco costosi, chiunque può permettersi di effettuare le analisi necessarie.

In alcuni luoghi disagiati, in cui non esiste un sistema sanitario al livello di quello dei paesi ricchi, con ospedali equipaggiati e medicinali a disposizione, a tutte le qualità auspicate già elencate si aggiunge anche la compattezza. Spesso, infatti, tutto il necessario per effettuare diagnosi e cura deve essere inviato da altri paesi e lo si deve poter impiegare in assenza di strutture specializzate.

Vari gruppi di ricerca si sono dedicati allo sviluppo di sistemi compatti e di semplice uso per la diagnosi. Particolarmente successo ha riscosso il progetto “lab on a chip”, orientato alla realizzazione di un laboratorio di analisi “portatile”. Il kit si compone di un sistema meccanico-chimico che svolge le analisi e un circuito integrato che raccoglie i segnali – ossia i risultati – e li analizza.

Supponiamo di voler effettuare analisi del sangue. Grazie a micro-pompe e valvole, piccole quantità del liquido da esaminare scorreranno in microcanali, fino a raggiungere delle molecole target (bersaglio). Queste reagiscono con il sangue e il cambiamento prodotto genera una variazione in alcuni livelli di corrente o tensione. Tali segnali sono raccolti dal circuito integrato, che li amplifica, li analizza e invia il responso dell’esame ad uno schermo dove vengono visualizzati. Il tutto in tempi molto rapidi, dell’ordine dei 20 minuti.

Un ulteriore passo avanti è stato compiuto al fine di realizzare un micro-laboratorio portatile che potesse essere addirittura utilizzato all’interno del corpo o in altre circostanze particolari.

Il suddetto “lab on a chip”, infatti, non può essere utilizzato in ambienti umidi, come all’aperto o dentro il corpo umano, perché si deteriorebbe. Inoltre i circuiti contengono dei materiali tossici per l’uomo. Le dimensioni, poi, per quanto ridotte, non sono tali da permettere l’introduzione del dispositivo nei vasi sanguigni o nelle cellule.

Lab on a fiber

La nuova frontiera dell’integrazione degli esami clinici è il lab on a fiber, vale a dire un laboratorio chimico-biologico collocato su fibra di vetro, ossia la fibra ottica.

Quest’ultima è ben nota per essere una eccellente trasmettitrice di luce su grandi distanze: ciò consente di collocare la centralina che analizza i dati lontano da dove essi sono prodotti. Nel nostro caso, dunque, non sarebbe necessario integrare il circuito con la parte meccanica dell’apparato, ossia in cui avvengono le interazioni fisiche e chimiche con i liquidi o i tessuti da analizzare.

Una volta individuata la maniera di inviare i dati a distanza, occorreva decidere dove collocare le molecole target, destinate a reagire con le sostanze organiche sottoposte ad esame. Gruppi distinti di ricercatori stanno indagando varie soluzioni. Una di esse prevede che le sostanze reagenti vengano fatte aderire direttamente alle pareti della parte finale della fibra ottica.

Fibra ottica come sonda chimico-biologica

La fibra è fondamentalmente composta da due strutture cilindriche poste l’una nell’altra: un nucleo interno e un rivestimento esterno, protetti da una guaina polimerica. La luce si propaga nella fibra anche a grandi distanze, rimbalzando fra il nucleo e il rivestimento. Quando arriva in fondo, uno specchio posto all’estremità fa sì che essa torni indietro.

Lab on fiber; 1 Nucleo della fibra; 2 Griglia di rifrazione; 3 Molecole reagenti; 4 Specchio posto all'estremità della fibra per riflettere indietro la luce; 5 Confrontando il fascio di luce raccolto con quello inviato si ricostruisce il responso dell'analisi. [Immagine: James Archer/anatomyblue, tramite IEEE ]

Lab on fiber; 1 Nucleo della fibra; 2 Griglia di rifrazione; 3 Molecole reagenti; 4 Specchio posto all’estremità della fibra per riflettere indietro la luce; 5 Confrontando il fascio di luce raccolto con quello inviato si ricostruisce il responso dell’analisi. [Immagine: James Archer/anatomyblue, tramite IEEE ]

Per trasformare la semplice fibra in una sonda chimico-biologico, nei pressi dell’estremità vengono depositate molecole reagenti, le quali si saldano alla superficie. Ciò che ne consegue è che in tale area la fibra presenterà proprietà di riflessione e assorbimento della luce distinte (per essere più precisi, l’indice di rifrazione del materiale cambia). Essendo nota la composizione dei reagenti deposti, si conosce anche la maniera in cui tali proprietà cambiano. Nel momento in cui la cima della fibra viene messa in contatto con le sostanze biologiche da analizzare, una serie di reazioni chimiche modificano ancora una volta la composizione della superficie della sonda e, di conseguenza, le sue proprietà di riflessione della luce.

A questo punto per poter “leggere” tali variazioni, che sono l’impronta delle molecole presenti sulla superficie della sonda, e quindi contengono l’informazione di interesse (il responso dell’analisi clinica), è necessario colpire precisamente tale area della fibra con radiazioni luminose di lunghezze d’onda note.

A tal fine, si modifica la struttura del nucleo della fibra per generare al suo interno una griglia di rifrazione della luce, ossia una sorta di rete di piccoli specchi inclinati, i quali riflettono solo una parte delle radiazioni luminose (dette “risonanti”) in direzione della parete esterna della fibra, dove sono depositate le sostanze reagenti.

Tutti i fasci di luce sono riflessi verso l’origine, ossia in direzione dell’estremo iniziale della fibra, dal quale è stata inviata la radiazione luminosa. Qui la luce raccolta viene analizzata con uno spettrometro, che distingue le varie lunghezze d’onda, e confrontata con il fascio inviato inizialmente. Da questo confronto si risale alla concentrazione di varie molecole sulla superficie della fibra e si ricostruisce il responso dell’analisi.

Le possibili applicazioni di una simile sonda sono varie e straordinarie: a partire da semplici analisi del sangue di routine, al rilevamento di piccole variazioni nei componenti del DNA. La possibilità di effettuare un accurato esame genetico potrebbe portare a diagnosticare per tempo fibrosi cistica, tumori e alcune infezioni.

Lab on fiber utilizzato per osservare la crescita di cellule vive di pelle: fotografia effettuata con microscopio a fluorescenza. [Fotografia: Yanina Shevchenko and Gulden Camci-Unal/Harvard University]

Lab on fiber utilizzato per osservare la crescita di cellule vive di pelle: fotografia effettuata con microscopio a fluorescenza. [Fotografia: Yanina Shevchenko and Gulden Camci-Unal/Harvard University]

Monitorare cellule viventi

Questo micro-laboratorio di analisi su fibra può essere utilizzato anche per monitorare cellule viventi e l’ambizioso obiettivo che vari ricercatori stanno cercando di raggiungere è quello di sviluppare piccoli sistemi di analisi di questo tipo, che possano essere inseriti direttamente nel corpo umano, in modo da osservare i cambiamenti biologici nel momento stesso in cui avvengono.

Le piccole dimensioni, la compattezza del sistema e i costi ridotti permetteranno di impiegare il lab on a fiber in situazioni difficili, come nei paesi in via di sviluppo e in zone di guerra.

Kit per farsi da soli alcune analisi potrebbero addirittura essere venduti in farmacia.

Per arrivare a ciò però restano ancora alcune questioni da risolvere, prima fra tutte trovare il modo di rendere queste sonde conservabili per mesi, senza che la sostanza depositata sulla superficie della fibra si alteri. Gli ostacoli tecnologici più complessi, però, appaiono già superati.